APPUNTI PER MANTENERE LA ROTTA
Introduzione
La Comunità Eldorado ha iniziato la sua attività il 14 Ottobre 2014. Essa si configura come una nuova realtà per ragazzi e ragazze minorenni che necessitano di un supporto in una fase particolare della crescita, quella dell’adolescenza. Ciò che la comunità offre sono regole, sostegno economico, e soprattutto relazioni.
Sul senso delle regole non mi dilungherò: è a tutti nota la loro funzione di “contenimento”.
Il sostegno economico è parimenti ovvio: offre loro uno stile di vita opportuno e dignitoso. Avere un posto dove risiedere, mangiare e dormire che possa sostituire l’abitazione, se esiste, della famiglia di origine è condizione sostanziale per un individuo in crescita. Lo stesso dicasi per la possibilità di vestirsi e mangiare in modo adeguato.
Lo sviluppo dell’autonomia del ragazzo, ragazza, è il nodo cruciale per la sua crescita. Per questo l’equipe cerca di non sostituirsi ma di supportare e incoraggiare a costruire. Abbiamo l’obiettivo di accogliere il dolore ma senza crogiolarsi su di esso, accettarlo, senza pensare di poterlo eliminare. Operazione impossibile, tra l’altro. Così poniamo a loro la domanda, a volte occultata a volte esplicita: “Da qui in poi, cosa vuoi?”.
In questo percorso decennale sono passati molte educatrici ed educatori.
Spesso il lavoro che facciamo è così frustrante e rare sono le gratificazioni, che capita spesso di proiettare all’esterno l’insoddisfazione interna. La proiezione si realizza, cercando di modificare, aggiustare, tutto quello che a parer proprio non va. O, peggio, cercando di cambiare l’altro.
Finite queste “risorse” illusorie del primo periodo, si rimane soli con sé stessi, spesso ancora di più insoddisfatti, perché l’obiettivo non è andato a buon fine. L’esterno non cambia e le persone non cambiano se non quando lo vogliono loro. Non di certo perché glielo si impone. Cos’altro ci resta da fare se non porre uno sguardo dentro noi stessi? Ho scoperto che a volte le difficoltà possano essere un ottimo concime per il cambiamento.
Nelle pagine successive ho provato a descrivere i punti cardine che mi hanno permesso di rimanere in contesti di cura complessi. Se impariamo ad usare ciò che non ci piace e se lo trasformiamo in concime, si diventa più intelligenti, più forti e più sensibili. Si va contro tendenza, praticamente, a quello che normalmente succede alle persone, ovvero più si va avanti con la vita, più si diviene chiusi, insensibili, cattivi, scortesi, volgari, rozzi.
Cambiare per migliorarsi quindi, per portare ai ragazzi degli adulti umanizzati e non disumanizzati. Questo è il fondamento, l’azione cardine che dobbiamo attuare in noi stessi, prima di chiederlo a chi ha una sofferenza maggiore della nostra.
Spesso la cura si traduce in controllo, dipendenza, incapacità di riconoscere i propri bisogni, i propri limiti. Ciò che ci muove o ciò che non ci fa muovere.
Lavorare senza farsi distruggere, predare, senza farsi togliere l’anima ma aumentando l’intelligenza e la libertà interiore. Difendendo la propria sensibilità, senza doverla sopprimere, o arrivare a compromessi, ricercando un’attitudine all’apertura, e accettando ciò che succede esternamente, senza subire. Questa è la mia aspirazione, che auspico possa essere il proposito di tanti professionisti che si occupano di cura.
E con queste parole ringrazio tutti coloro con cui ho lavorato. A tutte le persone che ho incontrato e a cui mi sono legata auguro di poter vivere in pienezza e in libertà. Ringrazio anche le persone che mi hanno ostacolata perché se sono quella che sono oggi è grazie a loro. Oltre a qualche appunto, per mantenere la direzione, mi piacerà nel seguito proporvi un personale comento ad un film che consiglio a tutti di vedere: “Senza lasciare traccia” di Debra Granik. Un film che mostra e fa comprendere cosa sia il processo di individuazione e separazione, concetto chiave nella teoria dello sviluppo della personalità del noto psicologo e terapeuta C.G. Jung. Processo di cui mi avvalgo nel mio lavoro.
La solitudine del professionista della cura “La sofferenza è nell’opposizione, la pace nell’abbandono. Ma l’abbandono non è qualcosa che si può costruire da soli, bensì un regalo che arriva quando siamo pronti a riceverlo; quando, incuranti del nostro tormento e del nostro tornaconto, ci troviamo intenti a qualcosa di concreto e costruttivo con gli altri compagni di viaggio”.1
Il lavoro educativo non può prescindere dalla capacità e dalla volontà di porre lo sguardo interiormente e di riflettere per cercare sé stessi. Analizzare e comprendere il proprio vissuto interiore è essenziale, perché solo lavorando su di sé è possibile riconoscere l’altro. Questa condizione di autoascolto è una predisposizione di apertura e di responsabilità, è un talento necessario che consente di portare nei contesti di cura la vera conoscenza, quella data dall’esperienza, consentendo di evitare così azioni improvvise dettate dallo stato emotivo del momento (da ricordare in tale ottica l’esortazione greca “conosci te stesso”). Al contrario, entrare in contatto aprioristicamente in un contesto educativo, insegnando valori o, come si dice, la buona educazione, sottende il rischio di entrare in relazione in modo protetto e prevenuto, senza aver mai messo la mano sulla propria ferita e compreso il proprio dolore; di qui l’incapacità di poter cogliere la sofferenza dell’altro, in modo particolare dei ragazzi.
L’ascolto interiore è la base della realizzazione della persona, in quanto consente, di questa, l’integrazione di pensiero, parola, azione e vissuto interiore. Detto altrimenti, l’ascolto consente alla persona di “essere”, intendendo per “essere” l’accettazione della propria condizione, senza necessariamente essere buoni, belli e intelligenti. L’avere coscienza del proprio vissuto interiore consente di relazionarsi con apertura di orizzonti, senza limitarsi a perorare ristrette e ripetitive modalità di comportamento, ma lasciando piuttosto spazio allo stupore e alla meraviglia. Avere lavorato su sé stessi e agire quindi da persone autorevoli, permette di costruire un ambiente armonico e autentico, all’interno del quale sia consentito all’altro di usufruire, nella piena libertà, di questo bagaglio esperienziale. Lavorare su di sé consente altresì di prendere le distanze da quel buonismo che, non volendo guardare in faccia la realtà, si preclude sovente la strada della conoscenza, generando in tal modo un vizioso circolo di violenza.
Alla stregua di un funambolo sospeso, l’educatore è un professionista alla continua ricerca dell’equilibrio. Si avvale dell’attenzione, del coraggio, dell’intuizione, della sensibilità, della conoscenza, dell’apertura e dell’ascolto, rimanendo ancorato, in serenità e solitudine, al suo centro.
Il lavoro di autoconsapevolezza consente inoltre di evitare di essere coinvolti in dinamiche relazionali disfunzionali, sia con gli utenti che con i colleghi, e di accettare la realtà così come si mostra e non invece come la si vorrebbe. Soltanto in tal modo è possibile l’integrazione tra la bontà e la conoscenza e soltanto in virtù di tale binomio è possibile guardare in faccia la violenza, senza invece negarla creando ingenuamente false speranze.
La tensione che coinvolge gli educatori durante gli scambi relazionali non dovrebbe essere troppa, ma consentire piuttosto la crescita e lo sviluppo; un suo eccesso rischia infatti di schiacciare e di far assumere ai pensieri una natura sterile e dannosa. Di qui la necessità di farsi guidare da alcune domande: “Dove mi sta portando chi mi sta di fronte?”, “Dove sto andando?”, “Sono libero di interagire autonomamente o sto subendo?”, “Chi voglio diventare, lavorando in un contesto di cura così complesso?”, “Che obiettivo mi pongo relativamente a me stesso?”, “Voglio concludere il mio lavoro ritrovandomi una persona migliore di come sono entrata, o mi voglio ritrovare come un disperato che non ha più risorse e che fa uso di psicofarmaci per far fronte alle difficoltà, dato che ormai ne è consolidato l’abuso presso tutte le categorie sociali?”, “Nella relazione ho una “forma” o mi muovo in balia delle onde del mare?”, “Riesco a relazionarmi con modalità diverse a seconda della persona che mi sta di fronte, senza perdere il mio nucleo più profondo?”.
Un prezioso aforisma del neuropsichiatra infantile dott. Paolo Menghi riassume e racchiude l’importanza dell’autoconsapevolezza:
La non conoscenza dei propri limiti
consente di non avere mai vergogna a mostrarsi
nella propria arrogante volgarità.
La non conoscenza dei propri limiti
induce l’onesto alla cautela.
La non conoscenza dei propri limiti
è un’ottima scusa per non rischiare mai di esporre
la propria immagine nella vita.
La conoscenza dei propri limiti
costringe il saggio all’umiltà.
Ciò che conta non è tanto l’ignoranza o la conoscenza,
ma l’uso che l’uomo ne fa.
Ciò che conta è l’intento 2
La cura è per tutti
Un altro fattore importante e che non può venire meno, è l’aiuto e la cura tra colleghi. Chi pensa di non doversene occupare si dimostra una persona superficiale. Se non si ha la capacità di donare attenzione al proprio pari, è inutile infatti porsi come obiettivo la cura degli utenti; sarebbe più reale in tal senso ammettere che non si è predisposti a questo tipo di lavoro, o quantomeno riconoscere e colmare eventuali lacune personali in termini di formazione.
Relazionarsi in modo autentico è dunque un processo fondamentale per orientarsi, senza fingere per comodità di essere in linea con il pensiero dell’altro. Soltanto attingendo dentro di sé è possibile scoprire falsità, chiusure, rabbia, dolore, mancanza di volontà e di condivisione, elementi questi in grado di porsi come catalizzatori per i cambiamenti che si desidera fare. Sebbene un simile confronto con il proprio mondo interiore richieda energia e spesso susciti paura, è soltanto attraverso di esso che è possibile imparare ad essere per l’altro, senza per questo negare la nostra essenza e la nostra autenticità. Soltanto in tal modo sarò allora per l’altro, a seconda delle sue necessità e delle sue proiezioni, madre, padre, fratello, sorella, amico, amante, educatore. Con tenero affetto e distacco accogliente sarò la persona divertente e accogliente all’occorrenza. Da disdegnare dunque, in quest’ottica, l’espressione insensata e confusiva, di chi, per non responsabilizzarsi non appena le cose prendano una brutta piega, affermi: “io non sono tua madre, io non sono tuo padre”; in tal modo verrebbero infatti negati aspetti della relazione, che sono la relazione stessa.
Pur ammettendo l’esistenza di un ottimismo stupido e vile, che giunga ad essere sperabilmente bandito dal mondo educativo, Bonhoeffer, teologo tedesco del ‘900, afferma la necessità di avvalersi della forza vitale dell’ottimismo, vale a dire della forza di sperare di fronte all’ipotesi di rassegnazione e fallimento e in generale di fronte alle difficoltà. L’invito è dunque quello di non disprezzare l’ottimismo inteso come volontà, anche quando dovesse condurre cento volte all’errore; esso è infatti la salute della vita.
Riflessioni sul film “Senza lasciare traccia” di Debra Granik
“Senza lasciare traccia” è un film che pone in evidenza il processo di separazione e d’individuazione studiato e proposto da C.G. Jung. Lo sviluppo di un individuo vede la possibilità di adattare la propria anima alla vita, cogliendone le potenzialità di espressione e specificità individuale. Nel film la presa di coscienza della diversità dei propri bisogni tra un padre e la figlia, completamente sopraffatti da una relazione fusionale, condurrà la ragazza all’indipendenza. Tutto ciò nonostante la relazione sia fondata su un tenero affetto e ad un certo punto l’equilibrio tracolli.
La regista Debra Granik, con uno sguardo tutt’altro che sentimentale, riesce a farci vedere questo processo.
Normalmente facciamo esperienza di individuazione e di separazione quando una relazione è distruttiva. A chi non è mai capitato di uscire di casa sbattendo la porta, magari per punti di vista contrastanti? Ecco allora che si prendono strade diverse chiudendo in malo modo la relazione.
La regista mette in evidenza la capacità e la volontà della protagonista di comprendere i propri bisogni: la diversità che si manifesta nella relazione non viene nascosta o negata, non viene considerata una minaccia. Il padre accetta quello che emerge e riflette nella sua sofferenza.
Il passaggio della figlia dalla fanciullezza all’adolescenza comporta un primo cambiamento, vale a dire quello fisico, unitamente al bagaglio di nuove esigenze che esso porta con sé. Questo è il primo momento di differenziazione.
Il padre è una figura che ha insegnato dei valori e che lascia dunque alla figlia un’eredità interiore importante (questo suo ruolo positivo verrà anche riconosciuto dagli stessi assistenti sociali); si tratta di un uomo che non accetta la moderna civiltà consumistica e con essa non riesce ad integrarsi; vive con l’essenziale, forse troppo poco per sua figlia che sta diventando grande. Il caos del mondo non fa per lui, ha bisogno della natura come ambiente di vita; ha fatto una scelta, quella di vivere tra i boschi.
Al contrario, la figlia non ha ancora fatto la sua scelta di vita all’inizio del film. Inizia tuttavia un processo dentro di lei, processo che lei non rimuove e che le permetterà di realizzarsi. Capisce la sofferenza del padre, ma non rinuncia per questo alla propria vita, ponendo fine in tal modo al passaggio di sofferenza tra generazioni. L’adolescente è cresciuta e vuole ciò che hanno gli altri suoi coetanei; sa integrarsi, armandosi al contempo di accettazione, solitudine e coraggio. Coraggio di scegliere e di prendere in mano la propria vita.
Il film parla d’amore, perché solo l’amore lascia andare, non trattiene e non controlla. Il dolore non viene negato, ma accolto. Diversamente, la violenza trattiene, perché deve sfruttare, deve usare l’altro, vuole possedere e in tale ottica l’altro diviene un oggetto. Avviene perciò che ci si lasci sbattendo la porta, per non vedersi mai più, portando con sé quella rabbia, quel rancore, quella voglia di vendetta che lascia trasparire come, pur nella distanza, non ci si sia mai lasciati veramente.
Confondere l’appartenenza con il possesso è come confondere l’amore con la gelosia. Appartenere alla luce significa amarla, perché solo l’amore ci unisce a ciò che vogliamo. Ma chi invidia la luminosità di qualcuno invece di servirla, solo perché non è lui ad esserne attraversato, non può parlare di appartenenza ma solo di sfruttamento.
Chi insegna serve.
Chi serve dirige.
Chi dirige accoglie.
Chi accoglie insegna 3
Conclusioni
A venticinque anni ho iniziato a formarmi e a lavorare nel mondo della cura. Ho capito che non c’è miglior modo che avere una difficoltà di fronte per poter crescere, e che le difficoltà esterne non sono altro che un’opportunità per svilupparsi. Ma chi lo vuole?
Con questa ultima riflessione auspico che i ragazzi possano imparare a desiderare, a volere qualcosa di più dalla loro vita. Il mio cuore sa che molti di loro ce la possono fare, ma bisogna volerlo. E nessuno può volere al posto loro. Così, se l’inizio della loro vita è stato molto freddo potrebbero, attraverso la volontà, trovare nel bel mezzo del cammino non già una selva oscura ma un bellissimo fuoco che riscalda “la casa interiore” che è stata abbattuta.
Buon viaggio ragazzi e buon viaggio colleghi.
1. dott. P. Menghi, in Il filo del sé, 1994
2. dott. P. Menghi, in Il filo del sé, 1994
3. dott. P. Menghi, in Il filo del sé, 1994
Verona, 14|10|2024
dott.ssa Giovanna Bernardi Educatrice Professionale